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Utente: AleAmitrano
Nome: Alessandra Amitrano
''Broken Barbie'', Fazi, 2005. ''Mary e Joe'', Fazi, 2007. ''Il padre di niente'', in ''Padre'', Elliot, 2009

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domenica, 22 novembre 2009

non riesco piu' a scrivere commenti, ne' nel mio blog ne' negli altri. ne' a rispondere ai pvt. arya scrivimi qui: alessandra.amitrano@yahoo.it
postato da: AleAmitrano alle ore 20:38 | link | commenti
domenica, 13 settembre 2009

dico tutta la verita' su questa musica. e' saltata fuori una sera al metaverso, un locale romano a testaccio dove andavo ad ubriacarmi e a essere sfacciata. era un sabato notte, ma piu' domenica mattina quando uscivo dal bagno del metaverso. eravamo rimasti in pochi, gli amici piu' stretti. pol g stava alla consolle e uscendo sentii questa musica. sono andata in un altro posto, immediatamente. ero li' ma la musica mi ha portato in un posto buio, pieno di dramma e di passione. ho pregato pol g di prestarmi il cd. a casa l'ho ascoltato ininterrottamente seduta per terra nell'angolo tra due pareti. ho trovato mio padre, ho cominciato a rivederlo chiaramente. erano anni che non lo vedevo. e ho cominciato a piangere. anche nel nuovo libro scrivo del padre. lui c'e' sempre. e anche questa musica, come potrei farne a meno, non ne ho mai sentita una piu' bella.
postato da: AleAmitrano alle ore 12:49 | link | commenti (4)

la musica

broken barbie l'ho scritto con questa traccia in loop. il mio stereo non aveva la funzione loop cosi' l'ho registrata in loop su un cd.
http://www.youtube.com/watch?v=I0tMmsUEGOY&feature=PlayList&p=B9FF0FCA388BC9F1&index=2&playnext=2&playnext_from=PL

ma anche per il nuovo romanzo non trovo traccia piu' appropriata di questa. la ascolto direttamente dalle cuffie nel computer, con la funzione ripeti traccia
postato da: AleAmitrano alle ore 12:40 | link | commenti
sabato, 01 agosto 2009

Su ''l'altro'' di ieri

Sadomaso

Alessandra Amitrano

 

Un inverno devastante. Un miniappartamento a piazza Vittorio, il letto al centro che non poggia su nessuna parete, nemmeno la testa. Il telo di velluto rosso buttato sopra, come avevo visto in un film.

Dietro al letto un orribile armadio con le porte a specchio: cattivo sortilegio gli specchi nelle stanze da letto dice il feng shui. Il velluto rosso lo sdrammatizzava, lo rendeva pop. E le candele, quante candele. Posavo candele, attaccavo candele, infilavo candele, schiacciavo candele, costruivo candele.

Uno scrittoio retrò in un angolo del soggiorno, staccato dalle pareti, anche quello.

Candele e southern comfort con lemon shweppes, quartini di mdma per dimenticare l’olandese che amavo e le chat della fine degli anni Novanta. Il tempo passava e io lo ricompensavo appiccicata a quel mondo ingarbugliato che mi faceva tollerare meglio il mio. Stupidi, banali tutti quanti quei personaggi, ma sufficientemente finti. Finché il finto prediletto fu scovato, dietro inconcludenti masturbazioni mentali e vaginali, dietro speranze di improvvisi risvegli: le chat sadomaso. Entravo ed ero una schiava. Rientravo ed ero una mistress. Stava tutto dentro, già scritto, solo un po’ di apprendistato nelle stanze digitali, guarda cosa dice lei, senti come risponde lui. Interi log di conversazioni surreali all’insegna di un’incontenibile voglia di esserci, bacata ma esserci.

Persi tutti quei log, come persi i txt dei sogni di quei giorni. Li ho riaperti una volta, solo segni senza senso.

Ma è rimasto il documentario. Sono rimaste le immagini di Padrona Amanda che non mi firmò la liberatoria dopo aver dato il lasciapassare per le riprese nel suo dangeon. Io, anoressica e rapata nel mio vestitino di pvc, e lei, cotonata e procace nei suoi stivaloni stringati e altissimi. I tacchi ficcati nella gola dell’imprenditore brianzolo travestito da donna, gli spilloni infilzati nei testicoli del finanziere. Una croce di Sant’Andrea dominava lo scenario lussureggiante della stanza. Fruste, pesi, cinture, travi, manette, velluto e lillà.

Era mattina quando Sandro mi portò a trovare la sua di padrona. “Il signor F., che lo vedi sempre in televisione, lui ci viene sempre da me, adora lo spanking… e il pissing”. Bassa, la faccia scavata da tossica degli anni Ottanta e il trucco da battona dei Sessanta, Lady non mi ricordo cosa aveva il dungeon nella stanza accanto alla cucina. Era l’unica delle mistress italiane a tollerare il vizio di Sandro: prenderlo a calci nei coglioni finché quelli diventavano due grossi meloncini lividi e tumefatti. Too much, pensai, di questo qui non voglio più sentirne parlare.

Stefy e Carlo, i miei preferiti. Poco trucco, niente maschera, così come vogliono essere vanno in ufficio e a fare la spesa. Lei, trans operata, slave, tailleur in pvc, e lui, master, più spesso mistress con caschetto, gonnellino alle ginocchia e decoltè basso, elegante signora milanese che accompagna la moglie a fare la spesa. Tra un barattolo di ketchup e un pacco di spaghetti fanno una puntatina al settore di ferramenta: a casa hanno finito il pacco scorta di scotch americano, quello grosso e argentato. Stefy adora farsi legare, immobilizzare. Ai piedi del loro letto sono sempre pronte un paio di corde belle lunghe.

Il re del bondage però era Bondager, morto poco tempo fa pace all’anima sua. Un uomo dolce, sensibile, ospitale. Faceva l’assicuratore prima di decidere di lasciar perdere per dedicarsi esclusivamente al bondage e ai fiori di Bach. Le sessioni di bondage che eseguì per la mia videocamera furono uno spettacolo, una coreografia di fili che ricordavano la gigantesca tela di un ragno preistorico. Liz, la modella, faceva la segretaria e tutta costipata nella maschera di pelle mi raccontava che solo legata come un salame riusciva a sentirsi veramente libera.

Un altro re, quello dell’editoria fetish italiana, mi portò a una festa esclusiva. Io, videocamera sempre in mano, l’occhio che giustificava il mio ingresso in quel mondo proibito, la lente attraverso cui potevo guardare tutto in maniera privilegiata, senza partecipare, senza travestimenti.

Una piccola donna dal corpo perfetto era legata a un palo e un grosso dildo le entrava lentamente e lentamente le usciva dalla vagina, manovrato dal suo master, un signore coi baffi e la mascherina da Zorro. A pochi metri di distanza Liz veniva fasciata di cellophan dalla testa ai piedi. Stefy aveva il seno interamente pinzettato di mollette, una benda in bocca le impediva di gemere sgraziatamente. Una giovane mistress deliziosamente cicciottella portava a spasso un magrissimo trans al guinzaglio. Sempre in ginocchio, un altro slave portava un cocktail alla sua padrona, donna dalla faccia arcigna abbigliata da un lungo chemisiese, un cappello da guardia nazista e dei sabot che all’occorrenza si sfilava per camminare sul ventre del suo schiavo, tutto costellato di macchioline di cera appena colata.

Il giorno dopo, in treno, di ritorno verso Roma, leggevo un racconto di Acidi scozzesi. Ne avevo cominciati diversi ma nessuno mi entusiasmava. Mi fermai su uno, lo lessi fino alla fine. Parlava di un ragazzo che di lavoro faceva il crematore, quelli che cremano i cadaveri. Parlava dell’odore, del rumore, dello scoppiettio iniziale e poi dello scoppio finale, come di una bomba. Alla stazione mi venne a prendere il biondo. Andammo a casa mia, ma prima passammo a noleggiare Giovanna d’Arco, quello con Milla Jovovich. Arrivati a casa inserimmo il film e la televisione scoppiò. Un rumore sordo e un veloce scintillio sullo schermo. Il giorno dopo portammo il televisore a riparare e poi lo accompagnai a casa. Per diversi giorni non siamo riusciti a sentirci, continuavo a chiamarlo ma trovavo sempre il cellulare irraggiungibile. Finché, una mattina, Ale mi chiama: “Ale siediti”, mi dice, “Ale Francesco è morto”.

Tre giorni chiuso in casa con la puzza di cadavere che usciva dall’appartamento.

Il funerale, la festa a casa mia, e la cremazione, le ceneri buttate in mare. Così aveva scritto, da qualche parte, o detto, a qualcuno, che dopo la morte avrebbe voluto essere cremato.

postato da: AleAmitrano alle ore 11:37 | link | commenti (1)
mercoledì, 15 luglio 2009

link per ''padre''

postato da: AleAmitrano alle ore 17:21 | link | commenti (1)
domenica, 21 giugno 2009

Da l'Altro di domenica 21 giugno

Ogni domenica, su l'Altro, una narrativizzazione di un fatto di cronaca. Ho cominciato io, da qui:
IMMIGRATI: IN DECINE IN 2 SEMINTERRATI VICINO A TRIBUNALE ROMA
(AGI) - Roma, 22 mag. - Le segnalazioni sono arrivate direttamente dai cittadini, cosi' questa mattina gli uomini del nucleo di Polizia Giudiziaria del XVII Gruppo, diretto dal comandante Antonio Bertola, hanno dato vita ad una nuova operazione di contrasto dell'immigrazione clandestina e del degrado urbano. In via Costantino Morin, a due passi dal Tribunale Penale di piazzale Clodio, in due seminterrati di circa mq. 50 erano stipati 20 cittadini extracomunitari tra i quali una donna e tre minori. Le condizioni igienico sanitarie si sono rivelate da subito disastrose con la presenza di insetti e formiche tra i generi alimentari per lo piu' cipolle e riso, dei tegami con alcune salse erano tenuti anche nel bagno. Sette dei fermati di eta' compresa tra i 20 ed i 42 anni si sono introdotti clandestinamente nel nostro Paese ed e' per questo che sono stati tutti accompagnati presso l'Ufficio Immigrazione. Saranno puntuali le denunce agli intestatari dei contratti di affitto come prevedono le norme che puniscono chi trae profitto da situazioni di clandestinita' o comunque le favorisce. Il controllo si e' poi spostato in piazzale degli eroi dove sempre in circa mq 50 sono state trovate ben 9 persone tra cui un intero nucleo familiare con due minori e 13 posti letto. Gli occupanti tutti originari del Bangladesh sono comunque tutti in regola con il permesso di soggiorno ed hanno esibito una dichiarazione del proprietario dei locali, un cittadino italiano, di gratuita ospitalita' a tempo indeterminato. Agli agenti municipali hanno invece dichiarato di pagare un affitto di circa 1.200 euro mensili. L'intera operazione e' ancora in corso.


Grazie Roma
La canzone (testo in corsivo) e' L’imbroglio degli a’67, disco Suburb

Mahatma si sveglia sudato, i capelli bagnati attaccati alla fronte, gli occhi grandi che scrutano la stanza. Sembra tutto apposto, è stato solo un sogno: Mahatma correva, scappava senza trovare riparo.
La madre e il padre stanno salutando Allah quando Romesh passa a chiamarlo. È estate, le scuole sono chiuse, il padre lavora ancora alla moschea, la madre sta in casa, a tessere tappeti. La casa di Mahatma è piena zeppa di libri e Mahatma non fa altro che leggere e giocare a pallone con il Supersantos autografato da Francesco Totti che gli ha regalato un turista romano alla moschea.
Saluta Allah, poi la madre e il padre e raggiunge Romesh. Si porta con sé la sensazione del sogno, quel sogno che fa quasi ogni notte. Al campo incontra Jamila, glielo racconta e lei gli accarezza la guancia e gli dice di stare attento, di non allontanarsi, di lasciarlo correre quel pallone se se ne scappa.

Roma, Radio Onda Rossa, ore 8.32
Lavorando una vita intera / per dare ai miei figli quello che io non ho mai avuto / e all’improvviso ti svegli e non sai dove sei andato dividendo quello che è stato / da quello che avresti voluto
La cantano in napoletano gli ‘a67 e ai bangla la canzone piace, la manda spesso la radio. Anche quando arriva il blindato la stanno ascoltando. Le sirene spiegate e i manganelli che battono sulla porta, Sarat che si sveglia piangendo, Romesh che sputa un boccone di riso per lo spavento, Jamila che si mette il velo di corsa, senza nemmeno lavarsi la faccia. Il manganello continua a tuonare, una due tre percosse che sembrano boati. Mahatma corre ad aprire e le guardie irrompono. Ne entrano due insieme, gli camminano addosso, costringendolo ad arretrare. Ne entrano altri, sembrano tanti. Le sirene fuori alla strada smettono ma Sarat non la finisce di piangere, la mamma non gli può cambiare il pannolino, non ora, lo prende in braccio e lo nasconde sotto al velo.
Perché questo è l’imbroglio: la vergogna di un tempo / che ci fa correre senza fiato / dietro a tutto quello che non abbiamo / per dimenticare chi siamo / e quello che dentro abbiamo
“Largo… documenti. Documenti ho detto!”, senza dare tempo al dipanarsi dello shock, l’uomo in divisa sbatte il manganello sul tavolo. “Ferma tu, dove credi di andare?”, Jamila apre un cassetto e ne tira fuori un pezzo di carta. È una dichiarazione del proprietario del locale, un cittadino italiano, di gratuita ospitalità a tempo indeterminato.
“Invece noi paghiamo 1200 euro al mese!”, fa la donna, il bambino attaccato al seno, sotto al velo.
Il poliziotto non si fida, le strappa il foglio dalle mani e se lo mette in tasca.
E ogni lacrima è un mare dove affondano le paure di domani / dentro un giorno che non cresce / sotto a questi occhi chiusi troppo presto
“I documenti ho detto, documenti e permesso di soggiorno”.
Jamila gli dà pure quelli, documenti e permesso di soggiorno, glieli dà pure Romesh, e infine Mahatma.
“E gli altri? Dove sono gli altri? Perché qui non ci vivete solo voi, giusto?”, seccato di non aver scovato clandestini.
“A lavoro”, fa Mahatma.
“Ah, perché voi lavorate pure?!”, noi lavoriamo pure si ripete in mente Mahatma, mentre Jamila lo guarda, Jamila che gli legge nel pensiero, Jamila che quel pomeriggio gli gridò nooo, fermati Mahatma! Ma Mahatma non si fermava, correva appresso al pallone che rimbalzava verso il dirupo. Fu quando lei gli urlò di fermarsi nel nome di Allah che Mahatma si paralizzò, mentre il Supersantos faceva il suo ultimo rimbalzo: il piccolo globo arancione si frantumava in migliaia di pezzettini e Mahatma stava steso per terra, a pancia sotto, con le mani che gli coprivano la testa.
Perché qui i veri morti non sono quelli sparati / ma quelli spenti dentro da una vita che prima li ha uccisi / e poi se li è dimenticati
“Certo che lavoriamo, come pensa che gli porto da mangiare a mia moglie e a mio figlio?”.
“Rahman Mahatma, di anni 26, me la dici una cosa? Ma come gli è venuto in mente a tua mamma di darti un nome così?”, sghignazza il poliziotto sotto ai baffi cercando il consenso dei colleghi. Uno di loro ne ripete il nome: “Capo c’hai ragione c’hai, ma che razza di nome è?”.
“Il nome me l’ha dato mio padre, e non mia madre, signore. È un nome sanscrito, sebbene io sia musulmano. È chiaro che lei ha degli enormi vuoti culturali se non lo conosce. Immagino che invece conosca il nome Karol”.
“Papa Wojtyla, e come se non lo conosco… ah regazzì, ma pe chi m’hai preso, pe quel’ignoranti de li fratelli tua?!”.
“Ebbene signore, ci fu un uomo di nome Mahatma ugualmente famoso. Ha mai sentito parlare di Gandhi?”.
“Aho’, ma che me devi tenè lezione de le cose tua? Vie qua che mo te carico pe primo a te”.
“Lo lasci stare! Non ha fatto niente!”, grida Jamila “siamo regolari, vi abbiamo fatto vedere i permessi! Piuttosto andate a cercare il proprietario di questo posto, è lui il delinquente!”.
Amore mio c’hanno imbrogliato / è solo una bugia / il sole non scalda per chi è senza sorte / e il vento non busserà mai a questa porta
“Signora, si calmi, si metta a sedere e si beva un bel bicchiere d’acqua che l’acqua nostra non mischia il tifo come la vostra”.
Libero per lottare, dimostrare il suo valore
“La nostra acqua non porta il tifo. Il mio paese è il Bangladesh”, fa Mahatma. Jamila gli parla nella loro lingua, perché quegli occhi li conosce, quello sdegno lo consoce.
Arrivare da qualche parte sia come sia / tutto che ti domina / da un capo all’altro / deve cambiare / nella tua vita niente è facile / tutto si deve conquistare
“E no signora, tu qui parli la nostra lingua, tanto la sai no? Dimmi che gli hai detto? Nascondete qualcosa? Droga? Hashish? Oppio?”.
Le guardie cominciano a perquisire il seminterrato, tirano fuori i vestiti, buttano per terra le vivande, le pentole, i piatti. Il piccolo Sarat ricomincia a piangere.
Jamila guarda Mahatma, Mahatma guarda la pistola nella fondina di uno dei poliziotti.
Jamila gli dice il pallone Mahatma, ti ricordi il pallone? Noi siamo qui adesso, e c’è pure tuo figlio, e ricordati quello che porto in grembo Mahatma, sarà una bambina, ne sono sicura, una bellissima bambina, la bambina che vorresti.
Il lavoro continua / continua la lotta / lotta per la vita / vita di pena / guardare il cielo / cercare nella terra / le soluzioni per un imputato che non sbaglia mai / se qualcuno urla / il sogno finisce sotto terra / (ed è) chi ha la peggio / in questa guerra / lavoro di un sogno / un sorriso triste.
postato da: AleAmitrano alle ore 20:48 | link | commenti (1)
domenica, 14 giugno 2009

Recensione ''Padre'', Elliot Edizioni, antologia di vari autori. Il mio racconto e' ''Il padre di neinte''

"I padri ci vogliono"

Non so perché ma di pari passo alle statistiche sull’aumento delle convivenze, sulla diminuzione dei matrimoni religiosi e dell’indice di natalità in Italia fioriscono raccolte di racconti sul rifiuto della maternità ed ora se n’è aggiunta anche una che ha alla sua base l’idea perduta della paternità. L’antologia in questione – “Padre (pagg. 185, euro 15.50, Elliot)” – raggruppa pochi autori fra i trenta e i quarant’anni circa – e ci dà conto della perdita di un altro di quei tasselli forti su cui si basava una certa idea di famiglia che ora non c’è più, ma ci ricorda – se mai ce ne fosse bisogno – che è vero quello che ci diceva il grande Totò in suo film “i padri ci vogliono, i padri sono utili, i padri servono”. Della presenza-mancanza del loro padre narrano in questa raccolta due autori napoletani: Alessandra Amitrano autrice che si impose all’attenzione con il fulminante “Broken Barbie” e Sergio Nazzaro autore di “Io, per fortuna c'ho la camorra”. Sergio Nazzaro in “Pugni di sabbia” narra la storia di un padre irrequieto e fattivo che in omaggio al memento evangelico “Nemo propheta in patria” non riconosce la voglia del figlio di scrivere dell’ambiente camorristico dove loro piccoli borghesi senza legami di sangue con il crimine sono condannati a vivere immersi in un male assoluto. Il padre rimprovera all’autore di avere detto delle cose che andavano taciute per il quieto vivere, ma soprattutto gli rimprovera il fatto di non avere scritto lui “emulo” un besteller come Soriano (?) che avrebbe almeno sortito l’effetto di regalargli una nuova casa ed una nuova vita. Nazzaro prende su di sé il prezzo del suo peccato indicibile arrendendosi ad essere considerato come un untore minore. In “Padre di niente”, che nel suo genere a me sembra un racconto perfetto, la Amitrano racconta di un padre eterno cicciobello gagà che passa da auto lussuose a giochi d’azzardo dimenticandosi di fare alcunché per legittimare il suo essere genitore maschio. Una lunga discesa negli inferi di un’infanzia dolente, ma che non trasfigura, fino alle domande di senso di Diego, nuova linfa, a cui A. risponde con un richiamo ad una somiglianza fisica con gli arti del padre “identiche a quelle che ti accarezzano, ti danno da mangiare, ti hanno cambiato tante volte il pannolino, ti prendono in braccio”.
Vincenzo Aiello
postato da: AleAmitrano alle ore 15:13 | link | commenti (6)
mercoledì, 10 giugno 2009

mio pezzo uscito su ''l'altro'', nuovo quotidiano molto bello che vi consiglio di comprare sempre

Ma dov’è il punto G? Io ho sempre pensato che sta abbastanza in fondo e non è così facile da raggiungere, perché, almeno nel mio caso, un po’ se ne scappa. Invece Maia del Sexyshock di Bologna, ospite del Ladyfest venerdì sera allo Strike, nel corso del suo workshop sui sex toys, ci ha detto che sta dalle parti delle pareti spugnose della vagina e che viene stimolato più da un “esci esci” che da un “ficca ficca”. Ce l’ha fatto vedere mettendo pollice e indice delle rispettive mani a L e poi facendo toccare le quattro dita, a formare una specie di rombo che riproduce il disegno della vagina. Se direzioni i pollici in alto, diciamo che lì, nel punto in cui s’incontrano, è situata la clitoride e dietro, all’interno, dovrebbe stare il punto G.
Maia ci ha fatto vedere uno dei loro fantastici vibratori, un sex toy creato appositamente per la magica stimolazione: ha la cappella leggermente a uncino, non è particolarmente lungo né largo, ma la sua fisionomia garantisce una stimolazione anatomicamente ad hoc.
“Attenzione all’igiene”, si raccomanda Maia.
“Si possono lavare in lavastoviglie?”, domanda una ragazza.
Sex toys, guida all’uso, un opuscolo autoprodotto dalle fatine del Sexyshock, dispensa ottimi consigli per l’utilizzo dei giochi, igiene e lubrificazione comprese:
- Prima e dopo l’uso, lavateli con sapone neutro e acqua tiepida.
- Non fate bollire i vibratori e gli oggetti delicati (come materiali in jelly).
- Se condividete vibratori o dildi con uno o più partner, proteggeteli con un preservativo. Oppure indossate il femidom.
- Utilizzate assieme ai toys lubrificanti a base d’acqua, perché i prodotti a base di olio (burro, olio per massaggio, lubrificanti a base d’olio) distruggono il lattice.
Durante il seminario, Maia ha passato in rassegna una vastissima gamma dei più svariati feticci del piacere, ce li ha fatti vedere e poi, una a una, dopo aver indossato dei guanti di lattice, ce li siamo passati per osservarli più da vicino. Sono stata particolarmente colpita dalle Palline della geisha, due palline contenenti una sfera di metallo che muovendosi produce una vibrazione. Una pallina va infilata nella vagina, in prossimità del collo dell’utero, e la seconda va giusto sotto la prima. Ogni movimento fa sì che la seconda palla colpisca quella situata più in profondità, diffondendo vibrazioni in tutta la zona genitale.
“I sexy oggetti ci sono perché sono ironici, sfatano miti e sfeticciano feticci”, recita l’illuminante opuscolo, “sono loro stessi possibili feticci perché il mondo è sessuabile e tutto il bello della vita è la sperimentazione. Nella sperimentazione sessuale c’è molta energia bella e rivoluzionaria. Non c’è un modo sbagliato e uno giusto per vivere la sessualità, e la fantasia svolge un ruolo fondamentale. Se da una parte, approcci giudicanti, censura e tabù possono inibire una vita sessuale piena e soddisfacente, dall’altra il bombardamento di immaginari sessuali stereotipati cui siamo sottoposti rischiano di diventare gabbie cognitive e comportamentali non meno opprimenti. L’immaginazione è un muscolo! E allora: esercizio!”.
Non meno significativo è stato un altro workshop di questa edizione del Ladyfest. Due giorni per sole donne, etero, omosessuali e trans compresi, dedicati all’esplorazione della pornografia. Una pornografia rivoluzionaria, non fallocratica, fatta dalle femmine per le femmine.
Curato da Slavina, il laboratorio si è svolto durante i pomeriggi di venerdì e sabato al Forte Prenestino. “All’inizio, dopo la propaganda sul web, si erano iscritte solo sei persone. Invece venerdì eravamo in ventitrè”. Non posso fare a meno di osservare la ricorrenza di questo numero, altamente significativo per tutto il movimento. Il 23 simbolicamente inteso come movimento, trasformazione. “Prima di cominciare il workshop”, continua Silvia aka Slavina, “ero un po’ perplessa… un’amica, che avrebbe dovuto condurlo con me, si è tirata indietro un paio di giorni prima dell’inizio. Non puoi immaginarti quanto ci sono rimasta male… ma mi sono fatta coraggio, sono partita (Silvia vive a Barcellona ndr), sono venuta a Roma e ho deciso di tenerlo da sola (con l’aiuto di due bellissime lesbiche spagnole ndr)”.
“Mi ricordo le prime sperimentazioni sulla pornografia che abbiamo fatto al Forte, che anno era?”, chiedo a Silvia che mi sorride nostalgica. E nostalgica pure io un po’, eravamo due stragnocche coi vestitini da barbie punk. Ora sempre belle, sia chiaro, ma reduci da lunghissimi allattamenti che ci hanno fatto tanto bene a utero e mammelle, meno a denti e cicce varie. “Parlo di Off… fine Novanta? Primi del 2000? Ti ricordi quando facevamo le porche sul letto in fondo a tutto, nella stanza a sinistra, mi sa che però tu non c'eri ancora...". "No, ma da quel momento il Forte a cominciato a interessarmi davvero", fa Silvia. "Insomma, ci riprendevamo con le videocamere? Poi veniva mandato tutto in diretta sul letto dell’altra stanza, quella dove c’era il pubblico. E le persone erano invitate a interagire con le nostre immagini proiettate. Noi, a nostra volta, osservavamo quello che facevano dai monitor e ci muovevamo di conseguenza…”.
E durante le assemblee, a Festival (Off-Festival di cinema indipendente) finito, qualcuno era felice, soddisfatto di quella esplorazione delle derive, altri un po’ più reticenti, ma quel posto, il Forte, ha fatto un sacco di strada, prima e dopo quel momento. La vera sperimentazione, artistica, sessuale, musicale, eccetera, io l’ho vista lì. Silvia pure, e come lei e me, tante e tanti di noi. Non posso fare a meno di ricordare un’altra cosa: street parade, non mi ricordo l’anno, ma ne sono passati un bel po’. Da un camion del Forte, sulle mura di via Cavour proiettavamo un video di un pompino. A farlo, il pompino, ero io. Un multipompino. Nel senso che il pene era una tra le tante cose che mi capitavano in bocca. Una penna, un telecomando, oggetti vari. Il tutto in loop, montaggio sincopato, ritmato, immagine virata al verde. Sessuale, certo, ma assolutamente destabilizzante. O detournante come piaceva definire queste cose ai Torazini. Di quelle cose che non sai se arraparti o ridere. Fatto sta che dei pischelli romani romani non poterono fare a meno di osservare: “Ammazza oh, ma che sei tu? Ammazza zzi’, da paura, sei ‘na grande!”. Bella soddisfazione, soprattutto perché ad stimarmi erano stati pischelli autenticamente coatti, di quelli che in genere tutto apprezzano di te, meno che l’intelletto.
Ecco, Silvia, Tura, Agnese, Maia, il Sexyshock, il Ladyfest… la vera rivoluzione sta in queste cose qui.
postato da: AleAmitrano alle ore 10:24 | link | commenti
martedì, 02 giugno 2009

Nuovo racconto

''Padre'', raccolta di racconti di Baldanzi, Tedoldi, Nazzaro, Amitrano, Cocchi, Di Leo, Martini, elliot edizioni, e' in libreria da pochi giorni. Il titolo del mio racconto e' ''Il padre di niente''.
Qui la prima recensione:
http://blog.libero.it/VincenzoAiello/view.php
postato da: AleAmitrano alle ore 12:30 | link | commenti
giovedì, 07 maggio 2009

nuovo blog

quartierecertosa.blogspot.com
e' il blog del mio quartiere. venite, animatelo, commentate!
postato da: AleAmitrano alle ore 20:15 | link | commenti (2)